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La Groenlandia non è una merce di scambio
La reazione europea è stata insolitamente compatta. Bruxelles ha messo in guardia contro una «pericolosa spirale discendente» e ha mostrato un fronte comune tra i membri dell’Unione europea e della NATO
La Groenlandia non è una merce di scambio
Air Force One returns to Joint Base Andrews / Reuters
13 ore fa

Il World Economic Forum di Davos di quest’anno si apre in un clima di forte tensione nelle relazioni transatlantiche. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump arriva sulle Alpi svizzere come protagonista di uno scontro politico ed economico con l’Europa sulla Groenlandia, uno scontro che rischia di incrinare in modo irreversibile ciò che resta dell’alleanza occidentale del dopoguerra.

Quella che per anni era stata considerata in Europa una bizzarria – l’interesse di Washington per l’acquisizione della Groenlandia, fermamente respinta dalla Danimarca – ha assunto ora contorni ben più concreti. L’amministrazione Trump ha infatti legato la questione a una minaccia diretta di dazi sulle importazioni europee: un aumento del 10 per cento a partire dall’inizio di febbraio, destinato a salire al 25 per cento entro l’estate, qualora i negoziati sul futuro dell’isola non producano risultati favorevoli agli Stati Uniti.

La reazione europea è stata insolitamente compatta. Bruxelles ha messo in guardia contro una «pericolosa spirale discendente» e ha mostrato un fronte comune tra i membri dell’Unione europea e della NATO, inclusi Danimarca, Germania, Francia, Regno Unito, Norvegia, Finlandia, Paesi Bassi e Svezia. Secondo fonti comunitarie, l’UE starebbe valutando misure di ritorsione commerciale su beni statunitensi per un valore che potrebbe arrivare fino a 109 miliardi di dollari.

Dietro lo scontro tariffario, tuttavia, si nasconde una preoccupazione più profonda. Nelle capitali europee cresce il timore che non si tratti di una crisi congiunturale, ma del segnale di una frattura strutturale nei rapporti con Washington. Nell’approccio dell’amministrazione Trump, la sovranità europea, la sicurezza dell’Artico e la coesione della NATO sembrano non essere più valori strategici in sé, bensì strumenti negoziali in una logica apertamente transazionale, dove la pressione economica sostituisce il dialogo e l’espansione territoriale prende il posto della gestione delle alleanze.

La linea dura sulla Groenlandia ha sollevato critiche anche negli Stati Uniti. Alcuni esponenti repubblicani al Congresso hanno espresso preoccupazione per una strategia che, a loro avviso, rischia di compromettere definitivamente la NATO e di isolare Washington dai suoi alleati storici.

Mosca, intanto, osserva e sfrutta. Il Cremlino ha rapidamente inquadrato la disputa come l’ennesima prova del declino dell’Occidente e della crescente inaffidabilità americana. Ogni frattura pubblica tra Stati Uniti ed Europa rafforza la narrativa russa di un’alleanza occidentale logorata, spingendo altri Paesi a ricalibrare le proprie scelte strategiche.

Un’Europa esposta

Il vero problema per l’Europa, però, non è tanto l’opportunismo russo, quanto la propria impreparazione strutturale a un mondo in cui gli Stati Uniti agiscono come una potenza unilaterale, più incline al baratto che alla leadership condivisa. Per oltre trent’anni, il rapporto transatlantico si è basato su un equilibrio asimmetrico: garanzie di sicurezza americane in cambio dell’allineamento europeo su commercio e regole. Un patto nato negli anni Novanta, rafforzato dall’espansione della NATO e dall’ordine commerciale guidato dagli Stati Uniti.

Quel modello presupponeva moderazione reciproca e cooperazione istituzionalizzata. La crisi della Groenlandia mostra quanto rapidamente esso possa sgretolarsi quando la solidarietà NATO e la politica commerciale diventano leve intercambiabili.

Se l’Europa cede, manda il messaggio di non essere in grado di difendere la sovranità di un territorio alleato senza l’approvazione di Washington. Se reagisce, rischia una guerra commerciale dannosa in una fase già segnata da competitività in calo, catene di approvvigionamento fragili e un contesto di sicurezza sempre più instabile.

A complicare il quadro c’è la Cina, che nel frattempo ha ampliato con discrezione la propria presenza nell’Artico e nel Nord Atlantico: basi di ricerca alle Svalbard e nel nord dell’Islanda, interesse per porti lungo le nuove rotte artiche, progetti infrastrutturali e minerari in Groenlandia, spesso presentati come iniziative scientifiche, ma con evidenti implicazioni strategiche.

Davos difficilmente offrirà una soluzione immediata, ma fungerà da banco di prova. Per gli Stati Uniti, usare i dazi come strumento di pressione territoriale sugli alleati rischia di erodere l’architettura di alleanze che ha storicamente amplificato il loro potere. Per l’Europa, recuperare una reale autonomia strategica non è più una scelta opzionale, ma una necessità economica e di sicurezza.

La strategia di Trump sulla Groenlandia potrebbe segnare la fine di un’epoca nei rapporti transatlantici. La vera sfida, ora, non è rimpiangere il passato, ma definire il modello che verrà dopo. L’Europa deve decidere se vuole essere protagonista, semplice esecutrice o oggetto di scambio nel nuovo ordine artico e geo-economico. Gli Stati Uniti, dal canto loro, devono chiarire se considerano ancora gli alleati come partner strategici o come pedine negoziali.

La storia insegna che le grandi potenze raramente prosperano costringendo i propri amici. E che le alleanze, prima di crollare, si logorano lentamente. Davos, più che il luogo di grandi accordi, è lo specchio di questa realtà.