Di fronte alla crisi energetica in peggioramento e alle restrizioni petrolifere imposte dagli Stati Uniti, il governo cubano ha abrogato le leggi del 1938 e del 1959 per aprire il settore della prospezione e produzione di petrolio agli investimenti esteri.
Secondo la stampa cubana, tali leggi sono risultate inefficaci rispetto alla Costituzione vigente e alle attuali condizioni socioeconomiche.
Con un decreto legge sono state allentate le condizioni contrattuali per facilitare la partecipazione di imprese nazionali e straniere alle attività di esplorazione e estrazione petrolifera.
La nuova normativa, pur riservando allo Stato il diritto di negare licenze e concessioni per motivi di sicurezza nazionale, assegna allo Stato la priorità nell'approvvigionamento delle risorse idrocarburiche necessarie alla sicurezza energetica nazionale, nell'ambito di condizioni di mercato competitive.
A fronte dell'aumento del mercato nero e delle irregolarità nella distribuzione dei carburanti, la nuova normativa rende i gestori responsabili in prima persona della sicurezza fisica degli impianti e delle operazioni e prevede sanzioni severe per violazioni e reati.
Il governo cubano mira, secondo quanto riportato, con la normativa entrata in vigore ad attrarre investimenti internazionali in un settore energetico nazionale che soffre di una grave carenza di capitale, a offrire garanzie legali agli investitori stranieri e a mantenere un controllo statale rigoroso sulle risorse idrocarburiche.
La situazione a Cuba
L'embargo petrolifero degli Stati Uniti e le sanzioni secondarie rivolte ai settori chiave dell'economia stanno aggravando ulteriormente la fragilità economica a Cuba.
La popolazione cubana sta vivendo momenti difficili a causa dei blackout e del quasi blocco dei trasporti pubblici, mentre gli ospedali riescono a garantire solo servizi di livello minimo.
Nel Paese, soprattutto nei mercati informali, i prezzi di alimentari e farmaci sono saliti a livelli esorbitanti.























