Il Cambridge Handbook of Islamic and Environmental Law, pubblicato da Cambridge University Press, esamina i contributi del pensiero giuridico islamico — sviluppatosi nell'arco di quattordici secoli — in materia di tutela dell'ambiente, gestione delle risorse naturali e governance ecologica.
L'analisi sul tema è firmata da Kazim Alam per TRT World.
Secondo Nadia B. Ahmad, professoressa di diritto presso la Barry University e co-curatrice del volume, il diritto islamico non rappresenta soltanto un'eredità storica o culturale, ma una tradizione giuridica viva e articolata, capace di offrire soluzioni concrete all'attuale crisi climatica.
Ahmad sostiene che il diritto internazionale del clima si sia strutturato in larga misura attorno a una prospettiva eurocentrica, escludendo tradizioni alternative come quella islamica. Il manuale si propone proprio di rendere visibile questa lacuna e di valorizzare il contributo che il diritto islamico può apportare alla governance climatica globale.
La studiosa sottolinea inoltre che le popolazioni più duramente colpite dagli effetti del cambiamento climatico si concentrano prevalentemente nei Paesi musulmani e nel Sud globale — paradossalmente, le stesse società che hanno contribuito in misura minima alle emissioni responsabili della crisi. Per questo, la questione climatica non è soltanto ambientale, ma investe in pieno la sfera della giustizia.
Alcuni principi fondamentali del diritto islamico si rivelano di particolare rilevanza per le politiche climatiche contemporanee. Tra questi spicca il concetto di khilafa, che attribuisce all'essere umano il ruolo di custode responsabile della Terra, e il sistema dell'hima, che prevede la protezione delle risorse naturali comuni nell'interesse della collettività. A questi si aggiungono le norme giuridiche sulla distribuzione equa delle risorse idriche e significativi precedenti giurisprudenziali pakistani che qualificano i danni ambientali come violazioni della dignità umana.
Nonostante la loro rilevanza, questi strumenti di governance sono rimasti largamente ai margini del canone climatico dominante, elaborato e diffuso principalmente attraverso le lingue occidentali.
Il volume riserva ampio spazio agli effetti del militarismo sull'ambiente. In un capitolo
a firma di Nadia B. Ahmad si evidenzia come le emissioni di gas serra generate dai conflitti armati siano rimaste in larga misura invisibili nei negoziati internazionali sul clima. Una delle ragioni principali risiede nel fatto che le emissioni prodotte dalle attività militari sono spesso escluse dagli obblighi di rendicontazione previsti da numerosi accordi climatici internazionali.
Secondo Ahmad, la guerra non causa soltanto perdite di vite umane, ma distrugge anche i sistemi idrici, le aree agricole e le infrastrutture ambientali essenziali per la sopravvivenza delle comunità. «In Iraq, a Gaza e in Afghanistan vivono popolazioni musulmane il cui ambiente è stato devastato da decenni di attività militari, guerre che non hanno scelto e di cui non sono responsabili», afferma la studiosa, citando questi Paesi come tra i casi più emblematici del fenomeno.
In Iraq, anni di conflitti hanno inflitto gravi danni alle paludi mesopotamiche, una delle più estese zone umide del Medio Oriente. A Gaza, dall'ottobre 2023 Israele avrebbe impiegato centinaia di tonnellate di esplosivi, equivalenti ad almeno sei ordigni atomici delle dimensioni di quello sganciato su Hiroshima. I bombardamenti ripetuti hanno distrutto impianti di trattamento delle acque reflue, infrastrutture per l'energia solare e terreni agricoli, generando quella che il capitolo definisce una «zona di disastro ecologico artificiale».
In Afghanistan, le attrezzature militari abbandonate hanno contribuito all'inquinamento del territorio, mentre il disboscamento avvenuto durante gli anni di guerra ha aggravato il rischio di inondazioni e frane. Ahmad sottolinea che queste conseguenze non sono accidentali, ma rappresentano effetti strutturali e inevitabili della guerra.
L'etica ambientale islamica non considera la distruzione dell'ambiente come un costo
inevitabile delle politiche di sicurezza. Tale approccio si fonda su tre principi cardine: la khilafa, ovvero la responsabilità dell'essere umano nei confronti della Terra; il mizan, che richiama il mantenimento dell'equilibrio e dell'ordine divino; e l'adl, il principio di giustizia secondo cui i costi ambientali non possono essere scaricati su determinate comunità. Secondo Ahmad, le forme moderne di guerra violano simultaneamente tutti e tre questi principi.
Nel diritto ambientale islamico, il disarmo non è pertanto considerato una questione distinta dalla politica climatica, bensì una naturale estensione della giustizia ambientale. Ahmad sostiene che le esenzioni sulle emissioni militari contenute nell'Accordo di Parigi siano il frutto delle pressioni esercitate dalle grandi potenze militari. Tuttavia, precisa la studiosa, il diritto islamico non riconosce la legittimità di alcuna attività umana che possa essere sottratta alla responsabilità per le proprie conseguenze ambientali.
Il volume di 344 pagine affronta inoltre lo sviluppo storico del sistema di tutela hima, il contributo che il diritto fondiario hanafita può offrire alla gestione delle migrazioni dalle aree rurali e le disposizioni del diritto islamico classico relative alla protezione degli ambienti costieri e marini. Le cause costituzionali esaminate in Pakistan vengono presentate come esempi contemporanei di come il concetto islamico di dignità umana possa tradursi in diritti ambientali concreti.
Nel complesso, l'opera dimostra che il diritto ambientale islamico non rappresenta soltanto un sistema di pensiero storico, ma offre strumenti pratici che sono stati applicati, messi alla prova e costantemente sviluppati in contesti geografici e periodi storici diversi.
Secondo Ahmad, la questione centrale che i leader mondiali riuniti ad Antalya saranno chiamati ad affrontare è se le istituzioni internazionali continueranno a trattare la tradizione islamica come un mero "retroterra culturale" oppure se la riconosceranno come una fonte giuridica autorevole, capace di contribuire concretamente alle soluzioni della crisi climatica.
La studiosa chiude con una riflessione netta: «I Paesi riuniti ad Antalya stanno pagando i costi ambientali di conflitti avviati in larga misura dagli stessi Stati che hanno ottenuto l'inserimento delle esenzioni nell'accordo».

















