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POLITICA
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Come potrebbero evolversi gli equilibri interni al regime dopo la morte di Khamenei?
Oggi l’Iran si trova di fronte non tanto a una crisi di regime, quanto a un processo di trasformazione strutturale in cui i centri di potere si stanno ridefinendo.
Come potrebbero evolversi gli equilibri interni al regime dopo la morte di Khamenei?
Ali Khamenei / Reuters
17 ore fa

La morte di Khamenei, nel breve periodo, ha portato non tanto a un dissolvimento del regime quanto piuttosto a un consolidamento delle élite e a un rafforzamento della tendenza verso un processo decisionale centrato sulla sicurezza. Oggi l’Iran si trova di fronte non tanto a una crisi di regime, quanto a un processo di trasformazione strutturale in cui i centri di potere si stanno ridefinendo.

Cari ascoltatori, l’esperto del Centro Studi sull’Iran (İRAM), Rahim Farzam, ha pubblicato per la sezione Analisi di Anadolu Agency un articolo su come potrebbero evolversi gli equilibri interni al regime dopo la morte di Khamenei. Ora condividiamo con voi la sua analisi.

La morte di Ali Khamenei, leader dell’Iran e “Guida della Rivoluzione”, considerato la figura più influente rimasta della generazione fondatrice della Repubblica Islamica dell’Iran, ha senza dubbio rappresentato un momento di svolta storica per il regime.

Per circa 37 anni Khamenei ha occupato una posizione di equilibrio determinante nel sistema politico iraniano. Egli rivestiva un ruolo cruciale nel funzionamento del sistema non solo grazie ai suoi poteri costituzionali, ma anche alla sua posizione di arbitro delle relazioni di potere tra diversi attori istituzionali e politici.

Per questo motivo, la percezione immediata generata dalla sua morte è stata quella di un Iran esposto a un vuoto di leadership e al rischio potenziale di un indebolimento o di una dissoluzione del regime.

Il sistema iraniano dopo Khamenei: come funziona?

Tuttavia, i primi sviluppi sul campo indicano che, invece di un improvviso collasso sistemico come molti avevano previsto, è stato rapidamente attivato un meccanismo di transizione già pianificato. In base all’articolo 111 della Costituzione iraniana, è entrato in funzione in breve tempo un Consiglio di Guida provvisorio composto dal presidente Masoud Pezeshkian, dal capo del potere giudiziario Gholam-Hossein Mohseni-Eje'i e dal membro dell’Assemblea degli Esperti Ali Reza Arafi. Ciò dimostra che lo Stato era istituzionalmente preparato ad affrontare possibili scenari di crisi.

Questo quadro mette in luce anche un errore diffuso nelle interpretazioni del sistema politico iraniano. Contrariamente a quanto spesso si ritiene, la Repubblica Islamica dell’Iran non è un regime personale fondato esclusivamente sulla volontà di un singolo leader. Al contrario, il sistema si basa su un’architettura di potere multilivello, distribuita tra l’apparato religioso, la burocrazia della sicurezza, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, le istituzioni costituzionali e le reti di fondazioni economiche.

Durante il periodo di Ali Khamenei, anche la struttura istituzionale formatasi attorno all’ufficio della Guida Suprema – composta da migliaia di funzionari – insieme alle reti economiche e ideologiche a essa collegate è stata organizzata in modo da garantire questa continuità istituzionale.

In effetti, le crisi affrontate dall’Iran negli ultimi anni hanno messo concretamente alla prova la resilienza istituzionale del sistema. Durante il conflitto di dodici giorni tra Iran e Israele nel giugno 2025, nonostante fossero stati presi di mira alcuni elementi chiave della catena di comando militare, la capacità dell’Iran di proseguire rapidamente le proprie operazioni militari ha dimostrato che i processi decisionali non dipendono da un unico attore.

Anche la perdita dell’attuale leadership non ha quindi prodotto l’esito strategico atteso. In questo contesto, la morte di Ali Khamenei ha portato nel breve periodo non tanto a una dissoluzione del regime, quanto piuttosto a un consolidamento delle élite e a un rafforzamento della tendenza verso un processo decisionale centrato sulla sicurezza.

Le pressioni militari esterne tendono a spingere temporaneamente in secondo piano la competizione interna al regime. Divisionsi marcate tra le élite potrebbero infatti generare fragilità capaci sia di aumentare il rischio di interventi esterni sia di provocare instabilità interna.

Per questo, l’armonia osservata tra le élite in questa fase va interpretata non tanto come frutto di un compromesso strutturale, quanto piuttosto come la ricerca di un equilibrio prudente imposto dalle condizioni di crisi.

Storicamente, i regimi rivoluzionari sottoposti a pressioni militari esterne tendono più spesso alla centralizzazione piuttosto che alla frammentazione. Nel caso dell’Iran, il fatto che il processo di transizione si stia svolgendo in condizioni di guerra riduce la probabilità di una trasformazione politica improvvisa, mettendo invece in evidenza l’istinto di sopravvivenza del sistema.

Tuttavia, l’incertezza principale non si manifesterà nel breve periodo, ma nel medio e lungo termine. Khamenei svolgeva la funzione di autorità centrale capace di equilibrare i diversi centri di potere ideologici e istituzionali e di gestire la competizione tra di essi. La scomparsa di questo ruolo trasforma la scelta della Guida Suprema da semplice procedura costituzionale a un complesso processo di consenso tra le élite, condotto sotto la pressione delle condizioni di guerra.

Per questo motivo, l’Iran oggi non affronta tanto una crisi di regime quanto un processo di trasformazione strutturale, in cui i centri di potere si stanno ridefinendo. La resilienza istituzionale e l’armonia tra le élite osservate nel breve periodo non garantiscono la stabilità a lungo termine del regime. Una volta completato il processo di transizione, è probabile che la competizione latente si riaffacci attorno al modello di governo, alle scelte economiche e alle priorità di politica estera.

Che tipo di profilo per la Guida Suprema?

Nel periodo post-Khamenei, la domanda più critica riguarda quale modello di leadership la Repubblica Islamica dell’Iran sceglierà. Gli indicatori attuali mostrano che la priorità principale all’interno del sistema non è una trasformazione ideologica, bensì la garanzia della continuità del regime.

Per questo motivo, nella scelta della nuova Guida Suprema ci si aspetta che il fattore determinante non sia la ricerca di un leader dotato di forte autorità personale, ma piuttosto il raggiungimento di un consenso su una figura compatibile con gli attuali equilibri di potere.

In questo contesto, un nome particolarmente significativo è quello del Ali Reza Arafi, membro del Consiglio di Guida provvisorio. A capo delle istituzioni religiose di formazione in Iran, Arafi si colloca al di fuori della politica di fazione, offrendo così un profilo accettabile sia per gli ambienti conservatori sia per attori più pragmatici. Paradossalmente, il suo peso politico relativamente limitato costituisce un vantaggio: per i centri di potere attuali, appare più probabile la scelta di una Guida compatibile con il sistema piuttosto che di un leader forte ma indipendente.

Allo stesso modo, il nome del capo del potere giudiziario Gholam-Hossein Mohseni-Eje'i figura tra i potenziali candidati. I suoi stretti legami con la burocrazia della sicurezza e il suo passato caratterizzato da politiche di sicurezza rigide lo rendono, soprattutto in condizioni di guerra, una scelta appetibile per le élite della sicurezza. Tuttavia, questo profilo potrebbe avere una capacità limitata di generare legittimità sociale.

Analogamente, il nome del figlio di Khamenei, Mostafa Khamenei, viene talvolta considerato negli scenari possibili. È noto che possiede una certa capacità di influenza all’interno del sistema, soprattutto grazie ai rapporti instaurati con l’Ufficio della Guida Suprema e con gli ambienti della sicurezza. Tuttavia, la concezione di legittimità istituzionale della Repubblica Islamica e le caratteristiche religiose della carica di Guida rendono un modello di successione familiare un tema politicamente delicato. Per questo motivo, indipendentemente dal fatto che Mostafa Khamenei possa essere un candidato diretto, sarà comunque un attore influente sui rapporti di forza che si definiranno nel corso del processo di transizione.

Le discussioni sulla Guida Suprema non si limitano ai soli esponenti religiosi. Attori politici esperti, come Ali Larijani, o figure pragmatiche recentemente riemerse, come Hassan Rouhani, si fanno avanti come protagonisti in grado di influenzare i rapporti di forza del processo di transizione, anche se non sono direttamente candidati alla carica di Guida.

Ciò indica che, in Iran, le decisioni effettive non si determinano solo all’interno dell’Assemblea degli Esperti, ma dipendono dal consenso che si sviluppa tra le istituzioni di sicurezza, le élite religiose e le reti politiche. L’attuale fase è significativamente diversa dal passaggio avvenuto dopo la morte di Ruhollah Khomeini nel 1989: all’epoca, le élite religiose avevano un ruolo decisivo, mentre oggi le istituzioni di sicurezza e militari, a partire dal Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, esercitano un peso molto maggiore nel sistema politico. Per questo motivo, non ci si aspetta che la futura Guida raggiunga un livello di autorità personale paragonabile a quello di Khamenei.

L’attuale situazione mostra che il cambiamento della Guida Suprema in Iran non si limiterà a una semplice sostituzione di persona. Nel periodo post-Khamenei, l’autorità politica è destinata a non concentrarsi in un unico centro, ma a essere condivisa in modo più collettivo tra le istituzioni di sicurezza e le reti di potere consolidate.

Di conseguenza, il ruolo diretto della Guida nel guidare il sistema potrebbe risultare relativamente ridimensionato, mentre i processi decisionali verrebbero distribuiti su un più ampio insieme di attori istituzionali. Questo periodo va dunque interpretato non tanto come una frattura del regime, quanto come una fase in cui la Repubblica Islamica, adattandosi alle condizioni di crisi, ridefinisce la propria struttura di leadership.